EDITORIALE - L’HOMO LUDENS tradito
EDITORIALE
Nelle nostre città e borghi siamo sempre più sopraffatti da fiere, giochi, feste, sagre, mercati, concerti e pseudo rievocazioni storiche. Così tutti siamo più contenti ed evitiamo di pensare ai nostri guai, quelli personali e quelli collettivi.
Tutto questo bailamme ci viene proposto da mediocri personaggi che fanno del presenzialismo la loro unica religione e che tanto spesso corrispondono ai nostri politici locali.
Va ricordato che la tecnica del panem et circenses risale almeno al I secolo a.C. ed era un modo dichiarato ed efficace per creare consenso. Ora, gli odierni epigoni di quei grandi condottieri hanno piegato questa “filosofia” alle nuove esigenze economiche, lasciando soltanto il gioco ed eliminando qualsiasi obbligo sociale e politico vero che consisteva, allora, nella distribuzione delle granaglie alle plebi.
Oggi viviamo una situazione di assoluto paradosso e di follia sociale, in cui costoro, lor signori, appunto, invece di fornirci gli elementi base per la sopravvivenza, ci depredano quotidianamente del panem, imponendoci l’idolatria del gioco e del divertimento nel tentativo di non farci pensare ai problemi dei nostri giorni.
Ma i nostri creativi promotori del divertimento stanno tentando di andare ben oltre, così, in tempi di difficoltà economiche, ecco qua che in ogni villaggio dell’impero si pensa di risolvere i problemi delle casse pubbliche, arrancando per provare ad avere nel proprio territorio, il famoso “Casinò in ogni Regione”. Almeno così è stato da più parti ventilato.
Insomma, tutti i nostri grandi leader vorrebbero salvare l’economia di casa propria spingendo il proprio popolo a giocare. Questa è la loro idea di economia sana: carte, roulette, escort e massaggiatrici.
Ma, dove posizionare queste nuove oasi di ricchezza? Le opzioni nella nostra zona sono, per il momento, due: a Porto Sant’Elpidio o a Fermo; sul lungomare accanto alla ex FIM o sul colle del Girfalco; nel nuovo grattacielo in vetro e acciaio o nell’antica ‘Casina delle Rose’. Così, in un delirio di protagonismo, i nostri ruspanti leader locali, trasformati in grandi manager d’agenzia, pensano di risolvere tutti i problemi e di attirare investitori privati.
Già. Il gioco. Il gioco del divertimento e il gioco in denaro: quella bacchetta magica con la quale tutti i problemi verranno risolti. Questo vogliono darci a bere.
Visto che i progetti più ambiziosi sono ancora tutti da costruire, intanto viaggia a vele spiegate la parte circenses di tutta la faccenda, lasciata gestire ai vassalli del Re, ai cortigiani ansiosi di guadagnarsi consenso e visibilità.
I vari assessori alla cultura o al commercio sono indefessi ed instancabili attivisti delle notti bianche, dei mercatini, delle fiere, dei teatri, della musica. Nell’ansia di protagonismo, essi non si rendono nemmeno conto di essere tutti cloni, gli uni degli altri. Così tutto viene mercificato e volgarizzato, senza pensare che i soldi da spendere non ce li ha più nessuno. Nemmeno i commercianti, che trovano persino troppo cara la tariffa di 35 Euro per installare la propria bancarella, a fronte di un incasso zero.
Però è vero, la gente va a spasso numerosa, spinta anche dalla grande calura estiva, ma, e questo lo sanno tutti, il massimo ludico che si concede, è un gelato al cono da un paio di euro. E che dire dei concerti e dei teatri, di cui sono piene le nostre serate, ovunque, nella periferia dell’impero? Persino quelle manifestazioni ad ingresso gratuito sono in crisi, nonostante i trionfalismi fatti di finte vendite di biglietti. Non parliamo poi delle manifestazioni in cui il prezzo del biglietto va dai 10 ai 40 Euro.
Tutti siamo figli di quella “Società dello Spettacolo”, tanto bene analizzata negli anni ‘60 da Guy Debord. E siamo anche i figli deformi dell’analisi di Johan Huizinga che nel ‘38 scrisse “Homo Ludens”.
Morale della favola, aveva ragione Debord quando diceva che la “classe operaia” è stata annientata facendola diventare “classe di consumatori”. Aveva ragione Huizinga quando esaminava il gioco come fondamento di qualsiasi cultura. Solo che lui lo considerava come attività liberatoria: il “gioco come istinto”, perché quando è comandato esso non è più gioco e perde le sue caratteristiche vitalistiche e persino rivoluzionarie. Il gioco che, per essere tale ed esprimere tutta la sua forza, deve basarsi sulla consapevolezza. Sembra un paradosso ma non lo è.
Pensate ai “giochi notturni” dei nostri ragazzi, quelli che soli continuano a consumare. Li invitano a spendere e a bere nelle notti bianche per loro organizzate; li obbligano a spostarsi da uno chalet all’altro in cerca di birra, cocktail fatti con liquori di pessima qualità, di sballo, di cover band.
E questo lo chiamano commercio? E questa la chiamano cultura?
Però, intanto, qualche obiettivo è stato raggiunto: timpani scassati, vomiti e piscio per le strade, sbronze e, sopra a tutto, la visibilità pubblica di chi questo ha voluto.
Questa, però, è soltanto la volgarizzazione dell’uomo che gioca e i nostri “illustri statisti ed economisti” di periferia e i vili cortigiani che gli stanno intorno se ne fanno persino belli. Invece stanno di fatto rovinando e volgarizzando la cultura della convivialità e del commercio: quella che davvero fa crescere le società civili, quella che davvero dà ricchezza.
Essi, questi tacchini incapaci di volare, questi nani del pensiero, stanno facendo leva sull’abbrutimento degli istinti per costruire le loro carriere politiche, vuote di contenuti e ricche di nulla.
Il tutto, profumatamente pagato da quel poco che ancora c’è nelle casse comunali.
Sadia Zampaloni
Pubblicato: 21 luglio, 2010 - 19:04 in Inchieste e Approfondimenti.
Parole chiave: "Homo Ludens" di Johan Huizinga, "La Società dello Spettacolo" di Guy Debord